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Arte in musica

Lo vedo dai tuoi occhi che stanotte andrà tutto bene, Leonard Cohen.

All’inizio, c’era questo accordo musicale tenuto segreto, inventato da Re David, che piaceva molto al Signore. Già, a voi non è che la musica interessi molto, giusto? Comunque, l’accordo funzionava così: la quarta, la quinta, la caduta fino al modo minore, la spinta e la risalita fino al maggiore. E in questo modo, lo sconcertato re compose Halleluyah.

Parafrasi dell’apertura di uno dei pezzi più celebri di Leonard Cohen, andatosene questo novembre a Los Angeles. Ma così era anche la sua musica: semplice, basata su articolazioni e snodi elementari, ripetuti, e che pure alla fin fine provocano sempre sorpresa e meraviglia e stupore. Il suo tappeto di accordi semplici, di giri armonici essenziali, i suoi ritmi lenti ed ipnotici, le sue melodie da accattivante ballata, da riflessione solitaria al termine di una lunga notte, la sua voce negli anni vieppiù calda e bassa, ma sempre suadente, questo effetto sortiscono.

Soprattutto perché gli apparati musicali così elementari e nudi, e perciò tanto efficaci, erano al servizio delle sue liriche. Leonard Cohen, canadese del Quebec, amava la musica, ma la sua prima vocazione fu la poesia. Se Bob Dylan è un musicista versatile prestato alla poesia, Cohen fu il contrario: un poeta prestato alla musica.

Negli anni ’50 la folgorazione per la poesia tramite i versi di Garcia Lorca (Lorca è il nome che volle dare a sua figlia). A ciò si aggiunge la passione per il flamenco e la chitarra, che per Cohen fanno tutt’uno con il mondo ed i ritmi del poeta spagnolo. Negli anni ’60 con i pochi soldi lasciatigli dal padre si ritira a Idra, una piccola isola greca poco al largo del Peloponneso.

Dalla sua vita ritirata, abbandonata all’estro e al caso, fra una terra riarsa e magnifica e un mare sconfinato, in mezzo agli echi di miti e storie antiche, nascono una raccolta di poesie e due romanzi. Bei poemi, racconti molto interessanti. Componimenti diretti, asciutti, essenziali, dove il non detto sopravanza di gran lunga quanto è esplicitato. Una lingua apparentemente elementare, molto elegante e colma di allusioni. Lo stile del Leonard Cohen cantautore è già tutto lì, perlomeno la sua cifra.

Ma di queste opere, non si accorge pressoché nessuno. E allora lui se ne torna in Nord America, a New York stavolta. Vagabonda fra Chelsea e il Village, le sue canzoni vengono notate da Judy Collins e dalla connazionale Joni Mitchell, da James Taylor e piano piano da tutti. È un po’ il cantautore preferito da altri cantautori. Infine, al termine degli anni ’60, sulla scena sale lui stesso. Schivo, immobile, con una voce che incanta, ogni pezzo una gemma di contemplazione, una mini storia accennata. Ed è subito un gran successo, ma non di vendite.

Il suo stile musicale non cambia quasi per nulla nel corso degli anni. Il suo non è il funambolismo dylaniano. Sulle immagini rastremate che consegna al pubblico su tappeti sonori ripetitivi, aleggia il male oscuro della depressione. Vi cadrà più volte, e più volte sarà la necessità di salire sul palco a consentirgli di “saltare in su, di nuovo al modo maggiore”.

Necessità interiori. Necessità terapeutiche. Necessità finanziarie, quando negli anni 2000 i figli si accorgono che il loro manager ha prosciugato ogni risparmio ed investimento e Leonard Cohen allora si rimbocca le maniche e parte per un tour mondiale che dura 5 anni, con qualche interruzione qui e là. A quel punto, il suo non è più un successo solo di critica e di parecchi estimatori: è un fenomeno di enormi dimensioni.

A strapparlo alla meditazione zen e ai suoi servizi di monaco in un monastero buddhista californiano è anche il senso di un “ora, o mai più”. Eppure la sua vena creativa non si era mai esaurita. Dopo gli esordi felici di fine anni ’60 – inizio ’70, gli anni ’80 e ’90 ci consegnano un artista sempre più nel pieno controllo dei suoi mezzi espressivi. Gli unici a non credere in ciò, i manager dell’industria discografica, che bollarono per esempio Halleluyah come un pezzo da non eseguire assolutamente.

La musica di Leonard Cohen è stato un perfetto veicolo per le sue liriche, il complemento tagliato su misura per parole allusive e dirette, semplici e profonde, complesse e facili da afferrare. La sua voce e la sua presenza integravano perfettamente tutto ciò. Ma i suoi pezzi eseguiti da altri non perdono affatto in efficacia, a dimostrazione del loro valore.

Kris Kristofferson vuole che sulla sua lapide sia incisa la prima stanza di Bird on the Wire. Non ci provo nemmeno a tradurla: si perde tutto, a cominciare dagli echi e dalle suggestioni.

“Like a bird on the wire
Like a drunk in a midnight choir
I have tried in my way to be free”

È ciò che molti di quella generazione sentono guardando alla propria vita. So long, Leonard

Massimo Acanfora Torrefranca

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Art News

 

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Una nuova protezione per il Polittico Stefaneschi di Giotto
In occasione del prestito a Milano del trecentesco Polittico Stefaneschi, realizzato da Giotto e conservato nella basilica costantiniana di San Pietro, il Vaticano ha potuto eseguire sofisticate indagini e creare una singolare teca a mosaico capace di difenderlo pur restando pressoché invisibile. [Il Messaggero]

Il puzzle più difficile del mondo viene dall’XI secolo
Da tre anni la restauratrice Stefania Tonni è al lavoro sui resti dei dipinti murali di San Pietro all’Olmo a Cornaredo, sbriciolati dal terremoto del 3 gennaio 1117. Un gigantesco puzzle da 10mila pezzi, ricostruito senza il disegno originale e senza la certezza che siano presenti tutti i pezzi. [Corriere della sera]

Ora Dubai dall’alto assomiglia a Venezia
Inaugurato lo scorso mercoledì a Dubai il «Water Canal», grande canale artificiale costruito in soli due anni che collegando la Business Bay al Golfo Persico ha trasformato il cuore della città in un’isola. [Corriere della sera]

La XV edizione di Musei d’impresa
Torna anche quest’anno la settimana della cultura d’impresa, con convegni, laboratori, rassegne, mostre e dibattiti dal 10 al 24 novembre (programma dettagliato su www.museimpresa.com). Il titolo della XV edizione è «La Fabbrica bella: cultura, creatività, sostenibilità». [Il Sole 24 ore]

Torino, il Salone secondo gli editori
Un’inchiesta della «Stampa» presenta i giudizi e le proposte di 23 editori sul nuovo Salone del Libro di Torino, a 8 giorni dalla presentazione della programmazione culturale dell’edizione del 2017, che è anche quella del trentennale. [La Stampa]

Cagnacci «invade» New York
Un evento più unico che raro: a dicembre saranno esposti a poche centinaia di metri l’uno dall’altro a Manhattan tre opere di Guido Cagnacci: un’occasione importante per far conoscere al pubblico oltreoceano il genio di questo maestro del Seicento romagnolo. [La Stampa]

I pittori del terremoto
Il «Manifesto» dedica un servizio di 2 pagine a un terzetto di artisti del passato le cui opere sono presenti nelle zone terremotate, per mantenere la memoria e l’interesse nel recupero delle loro opere. Si tratta di Paolo di Giovanni da Visso, Giovanni Angelo d’Antonio e Cola dell’Amatrice. [Il Manifesto]

Paolo Gioli artista poliedrico
Dall’infanzia povera nel Polesine alla New York degli anni della Factory e di Andy Warhol: il fotografo, pittore e film maker Paolo Gioli racconta la sua carriera: «ma non ditemi che sono sperimentale» afferma. [La Repubblica]

La famiglia del restauro
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di Francesco Martinello, edizione online, 13 novembre 2016