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Arte italiana dispersa

La Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, oggi alla National Gallery di Londra
La Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, oggi alla National Gallery di Londra
La dispersione delle grandi collezioni

Perché è dotato di una così alta e preziosa concentrazione di opere italiane, con oltre

Madonna con Bambino di Sandro Botticelli
Madonna con Bambino di Sandro Botticelli

trecento dipinti dei cosiddetti Primitivi, cioé di quegli artisti che precedettero la piena fioritura del Rinascimento? Perché sono parte di una famosa e straordinaria collezione privata, quella di Giovanni Pietro Campana (nella foto, una Madonna con Bambino di Sandro Botticelli), un aristocratico che aveva raccolto una quantità enorme di pitture, sculture e oggetti preziosi italiani ma il suo «tesoretto» venne sequestrato nel 1857 dallo Stato Pontificio, in seguito a un crac del proprietario. Parte delle opere finirono allo Zar di Russia (che ebbe il privilegio di scegliersi alcuni pezzi prima dell’asta: all’epoca la «realpolitik» aveva la precedenza) e una parte finì dispersa qua e là, anche se lo stato francese, quarant’anni fa, decise di ritirare tutti i Primitivi e di dar loro una sede adeguata, valorizzandoli nel Petit Palais (leggi: lungimiranza). Ma il nostro Paese, ripetutamente nel corso dei secoli, è stato privato, spogliato, di innumerevoli quantità di opere inestimabili.

La «complicità» dei mercanti italiani
La Madonna «Solly»
La Madonna «Solly»

Sapete da dove provengono quasi tutte le pale d’altare che impreziosiscono i musei di Berlino? Provengono dalla collezione Solly, composta, come ricordava Federico Zeri «esclusivamente con cose sottratte a chiese e conventi dell’Italia centrale e settentrionale tra il 1797 e il 1805». Edward Solly, inglese, commerciante di legname vissuto a Berlino durante le campagne napoleoniche, un po’ per passione, un po’ per avidità mista a furbizia imprenditoriale, riuscì a mettere insieme una collezione unica, che poi ha fatto fruttare vendendo i pezzi con oculatezza. E, peraltro, senza mai mettere piede in Italia: fece tutto con la complicità dei mercanti nostrani. Ma come è stato possibile che il nostro Paese si sia lasciato portare via un dipinto come la cosiddetta Madonna Solly (appunto!) di Raffaello, oggi conservato nella Gemäldegalerie di Berlino? La risposta fa male. È stato possibile a causa dell’ignoranza, del pressappochismo, della fragilità culturale di un Paese che, come rifletteva Guttuso negli anni Sessanta sul «Corriere», non è mai stato realmente consapevole del proprio patrimonio. Chiese di campagna, ricchissime di dipinti di provincia (e proprio per questo preziosi) non hanno esitato a disfarsi di pale, quadri, oggetti. Per paura — perché i curati venivano minacciati —o per superficialità.

Il clamoroso caso della Madonna di Sivignano

Clamoroso è il caso della Madonna di Sivignano, in provincia dell’Aquila. Esemplare

Madonna di Sivignano
Madonna di Sivignano

di pittura su legno del Duecento, si trovava nella chiesa di San Silvestro. Molto amata dagli abitanti del paese, prima della seconda guerra mondiale, questa Madonna era finita nelle mire del parroco, che aveva deciso di venderla e di sostituirla con un falso. Falso che venne realizzato, però poi lo scambio non fu possibile perché scoppiò il conflitto. Ma i sivignanesi, che si erano accorti dei «traffici» del prete, decisero di mettere in salvo il dipinto, cambiandogli nascondiglio ogni settimana nelle case private, come ha ricordato più volte lo stesso Zeri. In questo caso l’opera d’arte si è salvata, sì, ma non per il suo valore culturale, bensì per la fede popolare di un pugno di persone perbene e oggi (dopo un restauro seguito al terremoto del 2009) si trova al Museo dell’Aquila. Diverso è stato il destino di dipinti, calici e arredi sacri nelle chiese a ridosso delle campagne napoleoniche. Pensate che la stessa Pinacoteca di Brera, a Milano, nacque per iniziativa del viceré Eugenio di Beauharnais: stanco di vedere l’arte «maltrattata», ceduta per pochi spiccioli e così sottovalutata, impose che le opere venissero convogliate in un museo organizzato.

Da dove vengono le cose più belle della National Gallery di Londra?
Il Discobolo Lancellotti
Il Discobolo Lancellotti

L’Italia aveva ereditato (frutto di una stratificazione secolare) le collezioni più ricche del mondo, come la Colonna, la Aldobrandini, la Chigi. Oggi disperse in giro per il pianeta. Anche qui, un ruolo centrale lo ha giocato la mancata comprensione del valore delle cose. Ma pure la fragilità politica: non è un caso che appena dopo l’Unità d’Italia, complice la confusione e la scomparsa del «mondo di ieri», per dirla con Stefan Zweig, si allentassero i vincoli che impedivano la dispersione e la vendita di opere preziose e che in quel periodo (o un po’ prima) l’Inghilterra riuscisse ad acquistare la collezione Lombardi-Baldi di Firenze. Che cosa c’era dentro? Be’, le cose più belle che oggi ammirate nella National Gallery di Londra, una su tutte l’Adorazione dei Magi di Botticelli. Il Risorgimento, poi, con l’indemaniamento degli edifici sacri e con le nuove leggi sui beni ecclesiastici, fu il colpo di grazia: mezza Europa si abbellì con le nostre opere. Non meno pesante è stata la responsabilità del Fascismo. Grazie alla connivenza di quasi tutti i gerarchi, i tedeschi riuscirono a mettere le mani sulle opere italiane, aiutati anche da antiquari e mercanti senza scrupoli. E da Mussolini: esemplare è il caso del Discobolo Lancellotti (oggi a Palazzo Massimo, Roma): scoperta nel 1781 sull’Esquilino, la scultura (II sec d. C., copia romana della celebre statua greca di Mirone) venne consegnata a Hitler con i complimenti del Duce, nonostante le proteste di numerosi intellettuali. E non parliamo del saccheggio perpetrato da Hermann Goering: quando nel 1943 gli arrivarono le casse con le opere trafugate da Montecassino (dentro c’erano anche i tesori di Capodimonte) le spedì nella miniera di Altaussee, come se fossero sempre state sua proprietà. Molti storici dicono che la sua intenzione era di farne arma di ricatto a guerra conclusa.

Gli affari e la passione per l’arte

Ecco, l’Italia è stata piena di mercanti e antiquari che hanno «consigliato» ricchi investitori stranieri. Un caso a parte è quello di Stefano Bardini (1836-1922), il più autorevole antiquario italiano che, negli anni più fiorenti della sua carriera, tra il 1883 e il 1922, comprò e vendette qualcosa come trentamila opere di gran valore e duecentomila tra mobili e oggetti d’arredamento. Lo documenta un eccezionale lavoro fatto dalla Fondazione Alinari, con le foto che mostrano il preciso istante in cui un Donatello o un Botticelli vengono staccati da quella villa, da quel castello o da quella chiesa, imballati e venduti a musei come il Metropolitan di New York. Bardini, dopo anni di intensa attività commerciale, decise di trasformare (parte della) propria collezione in museo e di donarla al Comune di Firenze. Sono storie di aristocratici in rovina che volentieri si sono disfatti delle opere di famiglia; storie di mercanti con un fiuto infallibile; storie di colti appassionati americani, inglesi e tedeschi che hanno approfittato di situazioni favorevoli; storie di un Paese — il nostro — che forse dovrebbe coltivare uno sguardo più lungo e smetterla di considerare il lavoro degli storici dell’arte, degli archeologi, degli esperti di epigrafia e dei restauratori come divertissement di intellettuali annoiati. Ecco perché i furti napoleonici li lasciamo alla fine. È vero, l’«Empereur» ha moltissime colpe (per dire, approfittava dei trattati di pace per inserire delle clausole risarcitorie che comprendevano la cessione di opere inestimabili) ma di certo non quello di aver portato la Monna Lisa al Louvre (come ormai sanno tutti, a portarla in Francia fu lo stesso Leonardo da Vinci). E di certo non è soltanto colpa sua se oggi prendiamo un aereo e andiamo a Parigi, Londra o New York per vedere quel Botticelli o quel Raffaello. Perché, come abbiamo visto, la Francia le opere le sa valorizzare. Anche quelle italiane: i Primitivi non sono dispersi, ma raccolti nel museo di Avignone.

Approfittando della cecità di S. Lucia…

Parigi. Scoperto disegno di Leonardo. È uno dei San Sebastiano mancanti

Scovato, quasi per caso, dal direttore della casa d’aste Tajan, che ha chiesto due pareri, l’ultimo alla massima esperta delle opere su carta del genio vinciano del Met di New York. Quasi certamente autentico: sarebbe una delle 8 riproduzioni del martire di Diocleziano citate nel Codex Atlanticus. Sarà venduto a 15 milioni

di ARTURO COCCHI

Un disegno di 19×15 cm, che raffigura San Sebastiano, ed è quasi certamente uno degli otto disegni dedicati al santo che il suo autore ha catalogato nel Codex Atlanticus, oggi custodito nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Un Leonardo da Vinci (quasi certamente) autentico, come non se ne rinvenivano da sedici anni, che il direttore di una casa d’aste parigina ha scoperto per caso, analizzando, per sua stessa ammissione con un misto di fretta, disattenzione e supponenza, tra un portfolio di disegni che un medico in pensione gli aveva chiesto di valutare.

Quello che potrebbe sembrare il sogno proibito di qualunque titolare di casa d’aste è accaduto a Thaddé Prate, direttore della sezione opere antiche della Tajan parigina, che oggi valuta l’opera, adeguatamente ricollocata in una cornice antica con adeguato cavalletto, una cifra pari a 15 milioni di euro.

Come racconta il NY Times, il “ritrovamento” risale a marzo scorso, quando appunto Prate ricevette la visita dell’ex medico (di cui, per suo stesso desiderio, si sa solo che risiede in un qualche luogo della Francia centrale). L’uomo aveva con sé 14 disegni senza cornice, una piccola collezione di opere che appartenevano a suo padre. A smantellare l’iniziale diffidenza, fu un possente studio penna-inchiostro che riproduceva il martire legato a un albero alla base di un monte. Prate vide “un interessante lavoro del Sedicesimo secolo, che richiedeva ulteriore approfondimento”.

Il 55enne esperto d’arte chiese un secondo parere a Patrick de Bayser, un commerciante d’arte indipendente, specializzato in disegni di autori classici. Fu lui a osservare che l’autore era mancino, e ad accorgersi dei due piccoli disegni di natura scientifica, situati su retro del foglio: studi della luce della candela accompagnati da annotazioni scritte, in caratteri molto piccoli, da destra verso sinistra, nel tipico italiano rinascimentale. Prate racconta che i due si guardarono negli occhi.. “E se fosse un Leonardo?”, i due si chiesero all’unisono in un misto di stupore e di incredulità…

A quel punto Prate cercò un terzo, possibilmente definitivo, parere e si rivolse a Carmen C. Bambach, massima esperta di disegni antichi italiani e spagnoli presso il Metropolitan Museum of Art di New York. Al Met Bambach aveva curato, nel 2003, la “Leonardo Da Vinci, Master Draftsman”, la prima mostra onnicomprensiva del lavoro su carta del maestro vinciano negli States. Quella mostra, tra l’altro, racchiudeva gli unici due San Sebastiano sino ad ora ritrovati, tra gli otto che Leonardo cita nel Codice Atlantico (custoditi nei musei di Amburgo e di Bayonne, Francia).

“I miei occhi sono usciti dalle orbite – ha raccontato al New York Times Bambach, descrivendo il momento in cui de Baysier gli ha mostrato il disegno – E’ perfettamente complementare rispetto al disegno di Amburgo”, riferendosi a come lo studio del santo legato all’albero racchiuda studi ottici del punto di vista opposto dell’inquadratura (il San Sebastiano di fresca scoperta è raffigurato di fronte, inquadrato leggermente da sinistra, quello custodito nella città anseatica mostra il profilo sinistro, preso da destra), e come le notazioni dell’una e dell’altra opera siano coerenti tra loro. “L’attribuzione è sostanzialmente inconfutabile – garantisce Bambach, nonostante la totale assenza di storia, di cambi di proprietà, per il disegno scoperto in Francia, che sembra come apparire sulla scena all’improvviso, nel ventesimo secolo. La studiosa aggiunge che l’opera coincide con la più accreditata tra le teorie che hanno ipotizzato come potrebbero o sarebbero potuti essere i “San Sebastiano” che mancano all’appello. Sorta di step successivo rispetto al disegno di Amburgo, è disegnato con due tonalità di inchiostro contro una, offre diverse modifiche nella posa della figura umana e aggiunge un paesaggio montano di sfondo. “Ci sono così tante idee che cambiano, così tanta energia nel modo in cui esplora la figura… Il mio cuore pulsa sempre forte quando penso a quel disegno”, assicura l’esperta.

Secondo la dottoressa Bambach, il disegno data intorno agli anni 1482-1485, agli inizi del periodo milanese del genio da Vinci. Sarebbe quindi coevo della prima versione della Vergine delle Rocce, custodita al Louvre. La studiosa auspica che l’opera, che verrà venduta nei prossimi mesi, sia acquistata da un museo francese. Se la scoperta non verrà confutata, sarà il primo Leonardo ad essere scoperto, dal 2000. Allora fu Sotheby a offrire un foglio, di dimensioni minori, che conteneva studi su Ercole e Cariddi. Identificata proprio da Bambach, fu venduta al prezzo relativamente modico di 550mila sterline del tempo. Oggi è di comune proprietà del collezionista Leon Black e del Metropolitan di New York, che a quanto pare non è intenzionato ad acquistare l’ultimo San Sebastiano

cohen

Arte in musica

Lo vedo dai tuoi occhi che stanotte andrà tutto bene, Leonard Cohen.

All’inizio, c’era questo accordo musicale tenuto segreto, inventato da Re David, che piaceva molto al Signore. Già, a voi non è che la musica interessi molto, giusto? Comunque, l’accordo funzionava così: la quarta, la quinta, la caduta fino al modo minore, la spinta e la risalita fino al maggiore. E in questo modo, lo sconcertato re compose Halleluyah.

Parafrasi dell’apertura di uno dei pezzi più celebri di Leonard Cohen, andatosene questo novembre a Los Angeles. Ma così era anche la sua musica: semplice, basata su articolazioni e snodi elementari, ripetuti, e che pure alla fin fine provocano sempre sorpresa e meraviglia e stupore. Il suo tappeto di accordi semplici, di giri armonici essenziali, i suoi ritmi lenti ed ipnotici, le sue melodie da accattivante ballata, da riflessione solitaria al termine di una lunga notte, la sua voce negli anni vieppiù calda e bassa, ma sempre suadente, questo effetto sortiscono.

Soprattutto perché gli apparati musicali così elementari e nudi, e perciò tanto efficaci, erano al servizio delle sue liriche. Leonard Cohen, canadese del Quebec, amava la musica, ma la sua prima vocazione fu la poesia. Se Bob Dylan è un musicista versatile prestato alla poesia, Cohen fu il contrario: un poeta prestato alla musica.

Negli anni ’50 la folgorazione per la poesia tramite i versi di Garcia Lorca (Lorca è il nome che volle dare a sua figlia). A ciò si aggiunge la passione per il flamenco e la chitarra, che per Cohen fanno tutt’uno con il mondo ed i ritmi del poeta spagnolo. Negli anni ’60 con i pochi soldi lasciatigli dal padre si ritira a Idra, una piccola isola greca poco al largo del Peloponneso.

Dalla sua vita ritirata, abbandonata all’estro e al caso, fra una terra riarsa e magnifica e un mare sconfinato, in mezzo agli echi di miti e storie antiche, nascono una raccolta di poesie e due romanzi. Bei poemi, racconti molto interessanti. Componimenti diretti, asciutti, essenziali, dove il non detto sopravanza di gran lunga quanto è esplicitato. Una lingua apparentemente elementare, molto elegante e colma di allusioni. Lo stile del Leonard Cohen cantautore è già tutto lì, perlomeno la sua cifra.

Ma di queste opere, non si accorge pressoché nessuno. E allora lui se ne torna in Nord America, a New York stavolta. Vagabonda fra Chelsea e il Village, le sue canzoni vengono notate da Judy Collins e dalla connazionale Joni Mitchell, da James Taylor e piano piano da tutti. È un po’ il cantautore preferito da altri cantautori. Infine, al termine degli anni ’60, sulla scena sale lui stesso. Schivo, immobile, con una voce che incanta, ogni pezzo una gemma di contemplazione, una mini storia accennata. Ed è subito un gran successo, ma non di vendite.

Il suo stile musicale non cambia quasi per nulla nel corso degli anni. Il suo non è il funambolismo dylaniano. Sulle immagini rastremate che consegna al pubblico su tappeti sonori ripetitivi, aleggia il male oscuro della depressione. Vi cadrà più volte, e più volte sarà la necessità di salire sul palco a consentirgli di “saltare in su, di nuovo al modo maggiore”.

Necessità interiori. Necessità terapeutiche. Necessità finanziarie, quando negli anni 2000 i figli si accorgono che il loro manager ha prosciugato ogni risparmio ed investimento e Leonard Cohen allora si rimbocca le maniche e parte per un tour mondiale che dura 5 anni, con qualche interruzione qui e là. A quel punto, il suo non è più un successo solo di critica e di parecchi estimatori: è un fenomeno di enormi dimensioni.

A strapparlo alla meditazione zen e ai suoi servizi di monaco in un monastero buddhista californiano è anche il senso di un “ora, o mai più”. Eppure la sua vena creativa non si era mai esaurita. Dopo gli esordi felici di fine anni ’60 – inizio ’70, gli anni ’80 e ’90 ci consegnano un artista sempre più nel pieno controllo dei suoi mezzi espressivi. Gli unici a non credere in ciò, i manager dell’industria discografica, che bollarono per esempio Halleluyah come un pezzo da non eseguire assolutamente.

La musica di Leonard Cohen è stato un perfetto veicolo per le sue liriche, il complemento tagliato su misura per parole allusive e dirette, semplici e profonde, complesse e facili da afferrare. La sua voce e la sua presenza integravano perfettamente tutto ciò. Ma i suoi pezzi eseguiti da altri non perdono affatto in efficacia, a dimostrazione del loro valore.

Kris Kristofferson vuole che sulla sua lapide sia incisa la prima stanza di Bird on the Wire. Non ci provo nemmeno a tradurla: si perde tutto, a cominciare dagli echi e dalle suggestioni.

“Like a bird on the wire
Like a drunk in a midnight choir
I have tried in my way to be free”

È ciò che molti di quella generazione sentono guardando alla propria vita. So long, Leonard

Massimo Acanfora Torrefranca

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Art News

 

Venexodus
Si è svolta ieri a Venezia l’ennesima manifestazione di protesta dei cittadini contro lo spopolamento della città: con lo slogan «Venexodus» gli abitanti hanno sfilato tra calli e ponti muniti di valige e trolley, per reagire all’ultimo censimento ufficiale della settimana scorsa, che ha stabilito che la città è scesa sotto la soglia dei 55mila residenti. [La Stampa; The Times 12-11]

Una nuova protezione per il Polittico Stefaneschi di Giotto
In occasione del prestito a Milano del trecentesco Polittico Stefaneschi, realizzato da Giotto e conservato nella basilica costantiniana di San Pietro, il Vaticano ha potuto eseguire sofisticate indagini e creare una singolare teca a mosaico capace di difenderlo pur restando pressoché invisibile. [Il Messaggero]

Il puzzle più difficile del mondo viene dall’XI secolo
Da tre anni la restauratrice Stefania Tonni è al lavoro sui resti dei dipinti murali di San Pietro all’Olmo a Cornaredo, sbriciolati dal terremoto del 3 gennaio 1117. Un gigantesco puzzle da 10mila pezzi, ricostruito senza il disegno originale e senza la certezza che siano presenti tutti i pezzi. [Corriere della sera]

Ora Dubai dall’alto assomiglia a Venezia
Inaugurato lo scorso mercoledì a Dubai il «Water Canal», grande canale artificiale costruito in soli due anni che collegando la Business Bay al Golfo Persico ha trasformato il cuore della città in un’isola. [Corriere della sera]

La XV edizione di Musei d’impresa
Torna anche quest’anno la settimana della cultura d’impresa, con convegni, laboratori, rassegne, mostre e dibattiti dal 10 al 24 novembre (programma dettagliato su www.museimpresa.com). Il titolo della XV edizione è «La Fabbrica bella: cultura, creatività, sostenibilità». [Il Sole 24 ore]

Torino, il Salone secondo gli editori
Un’inchiesta della «Stampa» presenta i giudizi e le proposte di 23 editori sul nuovo Salone del Libro di Torino, a 8 giorni dalla presentazione della programmazione culturale dell’edizione del 2017, che è anche quella del trentennale. [La Stampa]

Cagnacci «invade» New York
Un evento più unico che raro: a dicembre saranno esposti a poche centinaia di metri l’uno dall’altro a Manhattan tre opere di Guido Cagnacci: un’occasione importante per far conoscere al pubblico oltreoceano il genio di questo maestro del Seicento romagnolo. [La Stampa]

I pittori del terremoto
Il «Manifesto» dedica un servizio di 2 pagine a un terzetto di artisti del passato le cui opere sono presenti nelle zone terremotate, per mantenere la memoria e l’interesse nel recupero delle loro opere. Si tratta di Paolo di Giovanni da Visso, Giovanni Angelo d’Antonio e Cola dell’Amatrice. [Il Manifesto]

Paolo Gioli artista poliedrico
Dall’infanzia povera nel Polesine alla New York degli anni della Factory e di Andy Warhol: il fotografo, pittore e film maker Paolo Gioli racconta la sua carriera: «ma non ditemi che sono sperimentale» afferma. [La Repubblica]

La famiglia del restauro
Da oltre mezzo secolo la famiglia dei Nicola di Aramengo d’Asti si dedica al restauro di opere d’arte d’ogni tipo, dagli affreschi alle tele agli antichi reperti egizi. Nel laboratorio aperto da Guido, scomparso nel 2015 a 93 anni, lavorano oggi figli mogli e nipoti. [La Repubblica]
di Francesco Martinello, edizione online, 13 novembre 2016